Maria Teresa Di Lascia: l'angelo ribelle
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Rocchetta "il paese schiacciato come un nero rospo sulla collina" (Passaggio in Ombra)
C'era una volta un re seduto sul sofą che disse alla sua serva raccontami una storia e la serva incominciņ C'era una volta un re seduto sul sofą
Mariateresa
Di Lascia era nata a Rocchetta Sant'Antonio in provincia di Foggia il 3
gennaio 1954. Dagli inizi degli anni Ottanta era stata militante del Partito
Radicale: ricoprì la carica di vicesegretario nazionale nel 1982,
durante la segreteria Pannella, e fu anche deputato al Parlamento durante
la nona legislatura.
Particolarmente impegnata sul fronte dei diritti umani e dell'ambiente,
aveva partecipato a numerose manifestazioni in paesi dell'Europa orientale
prima della caduta del muro di Berlino del 1989 e, in Italia, aveva coordinato
la campagna contro il nucleare in occasione del referendum del 1987. Fondatrice
della lega "Nessuno tocchi Caino" per l'abolizione della pena
di morte nel mondo, nel 1993 aveva coordinato con Adriano Sofri la campagna
"Io digiuno" in favore delle vittime di guerra nella ex Yugoslavia.
Nel frattempo Mariateresa Di Lascia aveva anche iniziato la sua attività
di scrittrice: la stesura del romanzo "Passaggio in ombra" durò
quattro anni di lavoro, dal 1988 al 1992. Subito dopo, scrisse anche quattro
racconti uno dei quali, "Compleanno", ha vinto il "Premio
Millelire", prescelto dalla giuria composta da Gore Vidal, Angelo Guglielmi,
Irene Bignardi, Gianluigi Melega, Paolo Mauri. L'anno scorso aveva cominciato
a lavorare a un nuovo romanzo, "le relazioni sentimentali", del
quale ha lasciato la prima stesura dei primi capitoli. Ancor prima, nel
1988, aveva concluso un altro romanzo, "La coda della lucertola"
che però non volle pubblicare.
L'autrice di "Passaggio in ombra", il romanzo-rivelazione recentemente
uscito da Feltrinelli, è morta a Roma dopo breve malattia lo scorso
settembre, a soli quarant'anni. ( Dal Corriere della Sera del 22 febbraio
1995)
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Adriano Sofri ricorda Mariateresa su "Cuore" del 17 settembre
1994.
"E' morta a Roma Mariateresa Di Lascia. Aveva quarant'anni, da sempre
aveva trovato nel Partito radicale il luogo in cui dedicarsi alle cause
buone, le grandi e le minuscole. Era, col suo compagno Sergio D'Elia, la
più ammirevole promotrice della Lega contro la pena di morte; gli
amici di "Cuore" possono averla incontrata per questo alle feste
del giornale. Non so dire quante persone in tutto il mondo siano state soccorse
da Mariateresa quando ce ne era bisogno, tempestivamente, appassionatamente
e scontrosamente. A Sarajevo ci sono dei ragazzini che girano fieri del
loro Swatch colorato, e non sanno che è stata lei a regalarglielo.
Si era ammalata da poco, e da pochissimo aveva saputo che aveva il cancro.
Mi aveva detto, pochi giorni fa: "Io faccio tutte le cose molto bene".
Mariateresa Di Lascia conosceva ed era conosciuta da un gran numero di persone.
Era stata parlamentare. Ma aveva un segreto prezioso e gelosamente custodito.
Era una scrittrice, una grande scrittrice. Un suo romanzo avrebbe dovuto
uscire fra qualche mese. Era il primo riconoscimento del suo valore di scrittrice
fuori da una cerchia molto stretta di persone. E' un romanzo lungo e sicuro
di sé, che non ha paura di parlare di ciò di cui bisogna parlare,
della gloria e della caduta, dell'amore fra cugini, dei sortilegi e delle
menzogne. C'era in Mariateresa una intuizione misteriosa e sovrana, il lato
segreto dell'efficacia sbrigativa delle sue buone azioni politiche e private.
Il suo romanzo è bellissimo, ed è scritto con una forza di
sentimenti, di parole e di stile che può avere solo chi non cerca
riconoscimento nel giudizio altrui e nella pubblica opinione. Il genio di
narratrice di Mariateresa faceva i conti solo con se stesso. D'altra parte,
come avviene in molti esempi grandi, dalla scrittura Mariateresa si attendeva
che gli altri la conoscessero meglio e le volessero bene. Non ne ha avuto
il tempo. Queste poche righe sono un provvisorio tributo di riconoscenza
personale e di riconoscimento di una personalità speciale".
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da "Il Corriere della Sera" 22 febbraio 1995:
LA GRANDE SCRITTRICE ENTRATA NELL'OMBRA
Di Raffaele La Capria
A volte ci capita di imbatterci in un libro che ci lascia pieni di stupore
e ammirazione. E' un evento che si verifica di rado, sempre più raramente,
e perciò quando accade ci domandiamo da dove ci arriva questo libro,
cerchiamo di spiegarci le ragioni della sua improvvisa apparizione, di trovare
ascendenze e possibili parentele. Ma questo libro di Mariateresa Di Lascia,
Passaggio in ombra, sembra uno di quei casi così eccezionali ed unici
che solo la morte, crudele e prematura, che il destino aveva riservato alla
ancor giovane autrice, poteva sigillare. Perché questo è un
libro definitivo, dove tutta la parabola di una vita sembra consumarsi.
E potrei dire, usando le stesse parole di un suo personaggio: Mariateresa,
"questo libro è il tuo canto, questa è la tua ribellione,
è ciò che rimane delle tue aspirazioni. Questo libro sei tu".
Un libro nato dall'esperienza del dolore, ma patita fino in fondo, fino
alle sue estreme conseguenze, fino alla malattia e all'annichilimento; e
capita fino in fondo, analizzata lucidamente fino alla sua più intima
struttura, fino alle sue fibre più nascoste. E così in questo
romanzo si realizza una forma di "conoscenza fantastica", dell'intelletto
che viviseziona il cuore e dell'anima che s'impossessa della mente, una
forma di conoscenza più sottile e imprevedibile di quella appresa
dallo studio o dalla vita, e che per essere espressa richiede un linguaggio
particolare. Un linguaggio che, anche se rassomiglia - come quello della
Di Lascia - al linguaggio comune, è fatto di parole, pensieri, e
accostamenti di sintassi e sensazioni, dove predomina quel "raffinato
spirito di scelta e quel delicato istinto di selezione coi quali l'artista
- secondo Wilde - capisce per noi la vita, donandole una passeggera perfezione".
Non sono molti gli scrittori che attingono a questo tipo di conoscenza.
In Italia solo due scrittrici lo hanno fatto: sono Elsa Morante e Annamaria
Ortese. Non voglio esagerare, ma non ho alcuna difficoltà a mettere
adesso accanto a loro anche Mariateresa Di Lascia. Riconosco nelle sue pagine
lo stesso "incantevole egotismo", la stessa vibrazione passionale,
la stessa femminile energia, la stessa cognizione del dolore. Non è
una questione di somiglianza, perché la scrittura della Morante è
più sontuosa e quella della Ortese è più letteraria,
è una questione di qualità e di livello dell'immaginazione.
Mentre leggevo 'Passaggio in ombra' pensavo che oggi le donne stanno portando
nella narrativa italiana uno sguardo diverso, forse più libero, comunque
più intenso, su temi come la famiglia, i rapporti tra le persone
della famiglia, gli affetti, i legami d'amore, il dolore, l'attesa, su una
realtà insomma vista dalla loro parte con occhio nuovo e meno convenzionale.
Come appunto capita a chi è stato a lungo in silenzio e si sorprenda
improvvisamente libero di parlare.
Certo è che con loro il romanzo ha riconquistato quel senso del romanzesco
che stava perdendo; e quella voglia, quella capacità di raccontare,
quella cadenza, quel modo di far lievitare man mano che emergono, i fatti
e i personaggi, intrecciandoli insieme in modo fatale ed imprevedibile,
che io chiamo "il passo del romanziere". E il "passo del
romanziere" e tutto questo femminile risveglio si sente anche nel libro
della Di Lascia. Si sente che anche questo libro è fatto di due romanzi
sovrapposti che a tratti si fondono e a tratti divergono. Uno è un
romanzo realistico, un po' all'antica e "ottocentesco", si direbbe,
ed è il motore che manda avanti la storia. L'altro è un romanzo
di introspezione intellettuale, e visionaria, fatto di geniali meditazioni
e di quella conoscenza fantastica di cui ho detto.
Nel primo si racconta - quasi sempre dal punto di vista di una bambina,
la storia dei rapporti con un padre che non ha ancora "regolarizzato
la sua posizione", e con una giovanissima amatissima madre ragazza,
che attenderà invano, insieme con la figlia e sotto gli occhi curiosi
di tutto il paese (un paesino delle Puglie), l'arrivo in chiesa dello sposo
e padre. Ma lui non viene, si rifiuta al matrimonio e alla paternità,
più per connaturata irresponsabilità che per disamore, più
per quell'abulia "che non permette di trasformare un proposito in cosa
vera".
Sempre lei, la bambina, racconta poi la morte della madre sopravvenuta a
questa delusione atroce. Nella seconda parte del libro, l'amore assoluto
e impossibile che nasce in lei, ormai giovinetta, per il cugino carnale,
diventa il tema ossessivo del romanzo. Ma anche il cugino, così come
aveva fatto il padre, nel momento decisivo fuggirà e la lascerà
sola. Questo doppio abbandono determinerà in lei una specie di malattia,
una lenta dissoluzione dell'anima e del corpo; ed è qui, da questa
dissoluzione, da questa rovina di tutte le cose, che prende l'avvio 'Passaggio
in ombra', è dalla voce di questa sopravvissuta senza più
scampo, che il romanzo viene raccontato. Ed è un romanzo che precede
perciò "in un modo un po' anarchico", come un sentir parlar
di cose "che si sono impigliate con agio ai rami della memoria, e che
si sono mescolate ad altre diversamente apprese", e mai come un racconto
filato. Solo così, scrive chi narra, "ho potuto tessere la trama
del mio disfacimento".
Di quale coraggio ha avuto bisogno questa intrepida indagatrice per scrivere
il suo canto e la sua ribellione, per far sì che dal silenzio che
era in lei nascessero le sue parole, e per trasformare la sua verginità
di fronte all'atto di narrare e la sua inesperienza letteraria in uno straordinario
romanzo! Anche lei deve aver temuto (come dice della madre) che "le
parole le si rivolgessero contro", anche lei deve averle "trattenute
a lungo, celandole agli altri", anche lei avrà dovuto "dibattersi
sotto i colpi delle parole che non sapeva fronteggiare".
Perché si sente sempre questa lotta di una scrittrice alle prime
armi con le parole, e si sente anche che, chissà a quale prezzo,
l'ha vinta bellamente con un risultato sorprendente proprio dal punto di
vista letterario.
Questa ancor giovane narratrice ha avuto il coraggio di creare (finalmente!)
dei personaggi stretti in un nodo fatale, e di dipanare questo nodo con
un'analisi stringente e "sui generis", fatta col bisturi della
fantasia. Ha avuto il coraggio di scrivere un romanzo che sembra naturale
e costruito, dove la costruzione, come avviene per i cristalli sembra dovuta
ad una forza la cui provenienza ci sfugge.
Ha avuto il coraggio di inventarsi dei personaggi, soprattutto quelli femminili,
che come tutti gli umiliati e offesi non hanno doti speciali se non la profondità
degli affetti e dei sentimenti e che sembrano riscattare ignoranza e soggezione,
e perfino la "stupidità", in una forma di superiore intelligenza.
Ha avuto il coraggio di ambientare la sua storia in un paesino del sud (in
Puglia) senza mai "caratterizzarlo", senza mai far sentire la
pesantezza (anche letteraria) della realtà meridionale. E ha avuto
infine il coraggio di far raccontare gran parte della sua storia a una bambina
che sa e vede e sente tante cose, a modo suo, ma in un modo articolato e
complesso come quello di un'adulta. La sua "angelica astrazione"
ha a che fare con un rifiuto istintivo della realtà, e con un mondo
"in cui le cose cessano di essere unite", un unico mondo possibile
"in confronto al quale tutti gli altri mondi, quelli che aveva sognato
a quelli che l'avevano atterrita, scomparivano come nuvole spazzate dal
vento, come fantasmi senza forza" e dove si aveva "la libertà
di non avere nessuna forma".
Ma in "Passaggio in ombra" non c'è solo questo romanzo.
Sovrapposto a questo, intrecciato con questo, c'è come ho detto un
altro romanzo, un romanzo dell'ombra, appunto, che ha la forza visionaria
di una Morante o di una Ortese, ma una voce intrepida e precisa, inconfondibile,
che è soltanto sua, di Mariateresa Di Lascia.
In questo secondo romanzo regna una specie di mistero chiuso da una silenziosa
cortina protettiva, e anche la scrittura nonostante l'eccesso di immaginazione
e forse proprio per controllarlo, diventa densa e lucida, di una lacerante
e violenta originalità espressiva, specie là dove indaga sulla
malattia e l'angoscia e sulle cause più profonde del male di vivere.
Da questa speculazione fantastica, spietata ed orgogliosa, è venuto
fuori questo romanzo dove "il passato s'incarna nella fantasmagoria
del sogno e attraversa la sconfinata regione della salvezza".
E' infatti un libro che quella "sconfinata regione" vuole attraversare
risalendo dagli abissi di un dolore indicibile esplorato fino alle radici,
fino alla spirale del suo Dna.
"Ho scritto questo romanzo", ha detto l'autrice prima di morire,
"per essere amata da chi mi leggerà".
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Da "L’Unità" 27 febbraio 1995
DONNE A UNA DIMENSIONE
di Adriano Sofri
Qualche giorno fa, in via di Ripetta a Roma, è stato presentato un
romanzo. Ero fra i presentatori, sono arrivato a Roma presto, ho gironzolato,
sono passato da via dell'Oca, dove abitava Elsa Morante. Via di Ripetta
è a due passi. L'articolo che vorrei scrivere comincerebbe così:
"In un pomeriggio primaverile, benché di metà febbraio,
l'anziana scrittrice Elsa Morante si è messa addosso uno scialle
colorato ed è uscita, come le avviene raramente, per andare ad ascoltare
la presentazione di un libro, cosa che non le avviene mai. Il libro si intitola
'Passaggio in ombra', l'autrice si chiama Mariateresa Di Lascia e ha quarant'anni.
Qualcuno aveva detto a Elsa che una donna aveva scritto, mezzo secolo dopo,
un romanzo bello e forte come 'Menzogna e sortilegio'. Elsa, che è
scontrosa ma speranzosa, l'ha letto, ed ecco perché è andata
a trovarsi un posto nella sala di via Ripetta, abbastanza avanti da lasciarle
vedere in faccia l'autrice. la famosa scrittrice si è sorbita in
una specie di dormiveglia i discorsi dei presentatori, in cui si faceva
largo ricorso al suo nome, finché ha incontrato lo sguardo di Mariateresa
Di Lascia, che le è sembrato un po' tranquillo e un po' ansioso.
Allora le ha fatto un sorriso da incantatrice, ma anche da incantata. Mariateresa
le ha sorriso a sua volta..."
Le cose non sono andate così, si sa. Elsa Morante è morta
addirittura da dieci anni. Mariateresa Di Lascia è morta l'estate
scorsa, senza vedere l'uscita del suo bellissimo romanzo.
Nel suo romanzo le persone hanno destini chiusi, sigillati in un solo carattere,
in un unico evento. Giuppina poco più che bambina resta incinta,
e vivrà sempre del figlio nascosto e negato. Peppina vive della sua
domestica megalomania e del sequestro esaltato della nipote. Anita vive
di sua figlia Chiara, e di un breve amore simile alla compassione, ravvivato
quando Francesco è in carcere ingiustamente, umiliato senza rimedio
quando lui l'abbandona sull'altare nuziale. Chiara è spettatrice
e testimone bambina del destino di una stirpe: ne esce una volta, adolescente
(si ha l'impressione che per la prima volta vada fuori casa da sola, senza
le sue care donne, senza la balia Rosina, la madre Anita, la zia Giuppina;
senza il padre Francesco) come per un'avventura intrepida, l'amore per il
cugino, il riscatto dei bastardi, il compimento di ciò che è
stato per generazioni soffocato. Ma è solo un malinteso: come la
colomba mandata fuori a cercare il verde, e non lo trovò e tornò
indietro, Chiara si annulla e si infagotta, perde sangue e sesso. Rinnega
la propria identità muliebre, e anche la sorte di una madre che aveva
cercato se stessa nel lavoro di ostetrica, prima di essere offesa a morte.
Chiara resta come l'ospite per sempre bambina delle cose usate, e della
memoria di chi non c'è più. I destini degli uomini, di maschi,
sono spesso odiosi, sempre poveri. Nei destini delle donne, le vite che
contano, c'è un episodio, un incontro, una passione, una disgrazia
- e poi un 'mai più'.
Non c'è la Storia. Il libro di Mariateresa non ne ha bisogno. Le
storie delle sue donne bastano a se stesse. La Storia mancava anche a 'Menzogna
e sortilegio', pure scritto durante e subito dopo la guerra. Molto più
tardi Elsa Morante contrappose la Storia alle storie, e imputò alla
prima la rovina delle altre: si sarebbe visto poi, con 'Aracoeli', che si
era ancora trattenuta sull'orlo della pena senza riparo. Nel libro di Mariateresa
l'alzata di spalle verso la Storia colpisce singolarmente: perché
Mariateresa è stata una persona pubblica e politica - un onorevole,
perfino: miracoli della vecchia vicenda radicale - e febbrilmente dedita
alla cura degli altri; e perché nel suo romanzo hanno una parte il
consorzio agrario e il sottosegretario e la giustizia e gli intrighi del
dopoguerra. Teatrino della vicenda antica e fatale di sangue, di "razza",
di pudore violato e di bastardi insultati che attraversa il romanzo. Questa
antichità, questa lunghissima durata, è una delle risposte
alla domanda impressionante: come è possibile che un libro paragonabile
a 'Menzogna e sortilegio', con un'ambientazione, un intreccio, uno stile
perfino, paragonabili, venga scritto cinquant'anni dopo, e non sia un epigono
soffocato, e splenda della propria luce?
L'abbiamo fin troppo citata, Elsa Morante, in questi anni. Del resto quella
maga si fa viva continuamente. Un giorno, qualche anno dopo la sua morte,
Lucia, la fedele, la sua "uccella di mare", alla domanda se avesse
bisogno di qualcosa, rispose di no, che era ricca: "So' arrivati li
sordi de li sortilegi di Elsa", e intendeva i diritti d'autore di qualche
versione straniera di 'Menzogna e sortilegio'. Li sortilegi di Elsa. Quando
dissi a Mariateresa che nel suo romanzo c'erano episodi che ricordavano
la biografia di Elsa mi rispose che non ne sapeva niente. Però il
paragone con Menzogna e sortilegio è obbligato, come è facile
che noti ogni lettore che abbia orecchio Quando le scrissi, a proposito
del libro ancor inedito, non avevo visto un appunto che Sergio, il suo compagno,
mi ha dato poi. Lì Mariateresa aveva scritto: "Donna Peppina
Curatore: la magica zia Peppinella e l'intreccio di Menzogna e Sortilegio
(ricordare mi piace più ancora che vivere/Chiara)". Il paragone
si fa prendere in parola dalle prime righe. In ambedue i libri, la narratrice
è donna, e coincide con un personaggio femminile (per Elsa, se non
sbaglio, è l'unica volta, fino alla catastrofe di Aracoeli, dove
la prima persona ritorna per sfregio, in una voce maschile). Sono ambedue
"l'ultima di tre generazioni". I due libri cominciano dalla fine,
'da quando tutti sono morti'.
Mariateresa: "Nella casa dove sono rimasta, dopo che tutti se ne sono
andati e finalmente si è fatto silenzio...". "Hanno cercato
in molti di convincermi a lasciare questa casa, perché è piccola
e affogata...". Elsa: "Son già due mesi che la mia madre
adottiva, la mia sola amica e protettrice, è morta...". "nessuno
sale più a questo piccolo appartamento, dove sono rimasta io sola".
Mariateresa: "...gli sciatti vestiti che mi coprono il corpo".
Elsa: "...infagottata nel solito abito rossigno...".
Mariateresa: "Quando donna Peppina, che mi ha amata più di ogni
cosa al mondo...avevo dodici anni". Elsa: "la mia seconda madre,
la sola cui piacque di lodarmi, e perfino di trovarmi bella...al giorno
che mi vide, bambina di dieci anni, entrar qui per la prima volta".
Mariateresa: "La creatura sgraziata che mi viene incontro dallo specchio...sono
io. La consistenza delle carni e la foggia confusa dell'abbigliamento mi
sbalordiscono...". Elsa: "Il mio riflesso mi si fa incontro a
tradimento; io sussulto...e poi, quando mi riconosco, resto immobile a fissare
me stessa".
La Elisa dell'esordio di Elsa è, come Chiara, "fatta sensibile
e morbosa da straordinarie commozioni". Ha una compagna: "La memoria...Non
soltanto il 'mio' passato, e in particolare l'infanzia...ma anche il 'loro'
passato, quello di mio padre e di mia madre, e della mia famiglia defunta".
Di una simile memoria, Chiara vive dopo la caduta della sua breve fuga verso
la vita vera, fatta quasi schermo della fantasmagoria dei ricordi propri
e altrui.
Altre, evidenti similitudini: le donne e il meridione, l'amore del cugino,
il morbo fantastico della genealogia familiare di Elisa, il "sangue"
dei D'Auria. Perfino nei nomi - i genitori Anna e Francesco di Menzogna
e Sortilegio, Anita e Francesco di Passaggio in Ombra - c'è un rimando,
come un saluto. E la più forte similitudine, almeno in apparenza:
la lingua. In quest'ultima, un'affinità è vera e profonda,
e ha a che fare con due qualità essenziali: l'adesione a un linguaggio
femminile, di quelli che usano le madri e le balie e le nonne con le nipoti,
e le bambine con loro; e uno stile regale, dotto ma noncurante di dottrina,
e indifferente all'opinione altrui. Di questo, per Mariateresa, ho esperienza
diretta, rispetto alle versioni del suo lavoro, all'accondiscendenza distratta
verso certe correzioni, e al puntiglioso rifiuto di altre. Una padronanza
senza sforzo e senza soggezione della propria scrittura. Ma la scrittura
rigogliosa e lussureggiante che era di Elsa in Menzogna e sortilegio, che
fece parlare di un barocco morantiano, questa è estranea a Mariateresa.
Non le è estranea né una forza di eccitazione, né la
magia delle parole dette e taciute: ma il vento che gonfiava e portava in
altro le frasi di Elsa, costringendola di tanto in tanto a veri intermezzi
poetici, filastrocche dissepolte o canzoni sue, solleva le parole di Mariateresa
solo come un aquilone dal filo corto, tenuto stretto nella mano, e richiamato
presto a terra. La lingua del racconto di Mariateresa ha bisogno di chiudersi
a ogni capitolo su se stessa, facendosi laconica e secca: come, appunto,
un coperchio che torni a calare, una porta che si richiuda. Di case chiuse,
di una claustrofilia e reclusione monacale è fatto anche Menzogna
e sortilegio; qui la bambina si muove fra una casa e l'altra, segrete tutte
e nessuna davvero sua, e avventurarsi fuori, oltre il paese, fino sul treno
e nella città vicina, è il sigillo della perdizione. Ne torna,
Chiara, riportata indietro esanime. In quell'episodio la lingua cambia,
e anche il tempo: Chiara sta parlando di sé, e di una sé che
agisce; tuttavia nel suo slancio convulso e rovinoso è più
distante che mai, più vista dal di fuori che in qualunque altro episodio.
Altrove, la bambina che è stata era vista con gli occhi delle altre
donne, ciò che toglie alle descrizioni di sé, della propria
bellezza, della propria promessa, ogni compiacimento e leziosaggine, e le
fa invece amare e pietose.
Lo scandalo che Elsa poi descriverà, soprattutto attraverso l'Useppe
della 'Storia', quando il suo sguardo di madre non sarà più
dissimulato, è lo scandalo inflitto ai bambini e alle creature animalesche
- Bella o Ida. Lo scandalo cui non resiste Chiara, che se ne ripara, come
Useppe col grande male, con gli occhi che si chiudono e il sonno che la
invade, e poi con le crisi di soffocamento e la malattia e la rovina, è
il suo proprio: uno scandalo di bambina che non accetterà più
la vita, di bambina che ha visto i conigli ammazzati in quel modo, che ha
visto il ragazzetto Saverio malmenato senza lamentarsi, che ha visto lo
sguardo del padre coi ferri ai polsi, che ha visto Anita tradita mentre
aspetta il suo sposo all'altare, e poi umiliata alla sua ricerca, e che
l'ha vista morire. L'eccesso di passione della Elisa di 'Menzogna e sortilegio',
e il finale delirio epistolare (e di scrittrice) è del tutto lontano
da Chiara, e questo segna anche la distanza sempre più forte fra
le lingue. La memoria e la scrittura di Chiara coincidono con la sua vita
che si rattrappisce, e va incontro alla morte. E' la morte, infatti, il
ballo fra la Memoria e il Futuro che chiude il libro in modo commovente.
Dev'esserci, fosse anche solo nell'immaginazione di noi ancora vivi, un
posto in cui Elsa Morante abbia sorriso a Mariateresa Di Lascia, e Mariateresa
a lei.
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Da "Il Mattino" 3 marzo 1995
UNA SCIA LUMINOSA DI DONNA
di Goffredo Fofi
Il romanzo di Mariateresa Di Lascia, Passaggio in ombra, celebra "i
riti incantati della memoria e del futuro" come vissuti nell'età
d'oro della vita, nella favola dell'infanzia e dell'adolescenza. E narra
il loro periodico scambiarsi di veste, e la loro rovina, che è il
Tempo. Li celebra e li narra con magnificenza di prosa, con perfetto controllo
di scansioni e simmetrie, con la sapienza di una narratrice di razza che
ha letto e assimilato modelli più ardui. Essi sono quelli della linea
femminile della nostra letteratura degli ultimi decenni, certamente più
ricca di risultati sul versante delle scrittrici che su quello degli scrittori.
Sentiamo le buone letture, le adesioni persuase, la corrispondenza di pulsioni
e di aspirazioni, una lingua e degli occhi che nascono dai sentimenti, o
meglio da un sentimento dell'esistenza come passione, destinata a non realizzarsi
e a permanere sconfitta e tuttavia a riprodursi, a rigenerarsi. Di "madre"
in "figlia".
La Di lascia si è scelta "madri" straordinarie, e straordinariamente
solitarie come la Morante e la Ortese; soprattutto la prima, di cui, a inizio
del romanzo, si sente il peso e si ha paura dell'imitazione, ma per vedere
sciolta quest'impressione rapidissimamente, al calore di una visione e di
una scrittura molto autonoma. Di madre in figlia si snoda anche la vicenda
del romanzo (come in un'altra scrittrice di area napoletana recente, la
Ferrante, che ha scavato con particolare crudeltà dentro questo rapporto),
che è una storia di famiglia meridionale, eminentemente meridionale.
E di altri tempi, non lontani, quando il Sud era ancora pienamente Sud,
e le famiglie un nodo, vasto di membri e sorprese, di affetti e di conflitti,
di esplicito e di nascosto che coinvolgeva tutta la vita, che proteggeva
e opprimeva per tutta la vita. Raccontare 'Passaggio in ombra' è
in un certo senso superfluo; la sua "trama" è semplice
e complicata come quella di ogni storia di famiglia, e l'autrice sa muoversi
con superba capacità d'intreccio nella semplicità, con essenziale
richiamo alla nudità dei rapporti basilari nella complessità.
Due cose non se ne devono però tacere, perché fanno il succo
del romanzo. La prima sta nel rapporto che esiste - in questa famiglia non
più eccezionale di tante, e tuttavia, come ogni famiglia, con la
sua particolarità ed eccezionalità - tra le donne e gli uomini
che vi si attraggono e fronteggiano. Siamo in una società dove gli
uomini comandano, e però rappresentano loro l'instabilità,
la difficoltà della durata, la superficialità dei rapporti,
mentre le donne sono il legame, la fedeltà, la continuità
troppo spesso frustrata e tradita dagli uomini. Della famiglia D'Auria,
dice uno dei suoi membri traditi, un "bastardo": "No, non
si può dire che siano cattivi... E' che sono ...Sono fatui, ecco!
sono fatui e feroci!".
Vale per le donne (la massiccia donna Peppina, che mi sembra uno dei più
riusciti "caratteri" femminili della nostra letteratura) ma vale
soprattutto per gli uomini, e per i due che nel romanzo combinano e scombinano,
con fatuità e con ferocia, padre e figlio, Tripoli e Francesco, la
vita di Anita e della narratrice Chiara, che sono la mancata moglie e la
figlia di Francesco.
La vita di Chiara è segnata dalla irregolarità della nascita,
così come quella del cugino bastardo, di cui s'innamora ricambiata
una volta adolescente. Del giovane Saverio tutti dovrebbero ignorare la
parentela con i D'Auria e fin l'esistenza.
Ogni amore, in una società chiusa e in un clan rischia di essere
incestuoso. Tra Chiara e Saverio non può esserci amore per la condanna
- colpa non espressa, misteriosa, genetica e sociale - che pesa sull'incesto,
ma ogni famiglia riproduce questa colpa, ne ha inciso nella sua fibra il
segno occultato, un rischio che è quello della chiusura, e per questo
è tanto più forte nelle società più chiuse.
Il tradimento è tradimento dei padri, però, e la fedeltà
è delle madri.
Ritratto di società meridionale e di famiglia meridionale, 'Passaggio
in ombra', è raccontato in prima persona e in flash-back dalla protagonista
Chiara dal basso, dall'infimo della sua caduta e della sua solitudine -
rivendicata, scelta, e disperatamente rivoltosa contro i padri che però
non si è osato "uccidere". (Non è una antica Beatrice
Cenci, Chiara, e, non sa adempiere alla possibilità del parricidio
perché è forse la complicità stessa delle altre donne
ad impedirlo, è la complessità dei legami, è il laccio
della famiglia). Dall'infimo della caduta, ma qui sta la grandezza del libro,
dall'alto dell'esperienza aurea (D'Auria: il cognome non è certo
casuale) dell'età felice, quella in cui anche la tragedia è
vita, in cui il mormorare o il gridare della vita invade e travolge coi
suoi fiati e le sue luci, i suoi sbalordimenti e una gamma di possibilità che paiono infinite.
Mariateresa Di Lascia sarebbe diventata, non fosse morta così precocemente,
una grande scrittrice; ma lo è già così, con un solo
romanzo compiuto. Si saluta l'apparizione di questo libro così intenso,
ampio, trascinante, colorito, doloroso e vitale con un sordo rancore verso
la sorte che ha strappato alla vita una donna di grandissimo talento e ci
impedirà di seguirla in altre sue opere. Il "passaggio in ombra"
è stato anche il suo, breve e però pieno di luce, il cui senso
si è raccolto - motivo di gioia per il lettore che si allontana dalle
sue pagine con la malinconia di un distacco finale - nella luminosità e nella gloria di queste splendide pagine.
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LA POLITICA COME POESIA
di Generoso Picone
Bella, era bella Mariateresa di Lascia, che ora non c'è più
e ci ha lasciato un libro a tenerla ancora in vita. Bella, era bella Mariateresa
Di Lascia che aveva quarant'anni quando morì, a metà dello
scorso agosto, per un cancro che l'annientò in un paio di settimane.
"Quando faccio una cosa io la faccio per bene", disse al suo compagno,
Sergio D'Elia, ironizzando su quella sua mania del rigore, della precisione.
E nessuno potrà mai capire quanto le sia costato, a lei che amava
la vita e le persone fino all'estremo, con voracità, con ineguagliata
energia.
Era nata a Rocchetta Sant'Antonio, in provincia di Foggia, il 3 gennaio
del 1954. La sua militanza nel Partito Radicale datava dagli inizi degli
anni '80 e nel 1982 era diventata vice segretaria nazionale, alle spalle
di Marco Pannella, e quindi deputata al Parlamento. Impegnata in campagne
per la difesa dei diritti umani in Europa Orientale, nel 1987 aveva coordinato
la campagna contro il nucleare e quindi fondato la lega "Nessuno tocchi
Caino" per l'abolizione della pena di morte. Assieme ad Adriano Sofri,
nel 1993, aveva animato l'iniziativa "Io digiuno" in aiuto alle
vittime della guerra nell'ex Jugoslavia.
Anni di battaglie, di lotte, di politica.
"Era una persona politica nel senso alto del termine", spiega
Emma Bonino: "Di grande intelligenza, arrivava subito all'essenza dei
problemi con il suo linguaggio, evocativo ma non disordinato come quello
di Marco Pannella. Mariateresa ha avuto la capacità di non essere
mai né mediocre né conformista. E anche il suo carattere così
insofferente e duro rendeva più difficile amarla, però anche
più prezioso". "Il suo cattivo carattere era IL carattere.
Intollerante, aggressivo, 'un litigio non si nega a nessuno' diceva, ma
con l'aggressività voleva esclusivamente invitare l'altro a tirare
fuori il meglio di sé", ricorda Sergio D'Elia, oggi segretario
di "Nessuno tocchi Caino", la lega fondata con Mariateresa. D'Elia
la conobbe alla fine dell'86, quando lui era ancora in carcere come militante
di Prima Linea e si iscrisse al Partito Radicale.
"Mariateresa mi aiutò moltissimo, in carcere e dopo, a uscire
dalla mia storia non da sconfitto e a recuperare la mia parte migliore".
'Passaggio in ombra', è il frutto di quattro anni di scrittura, dall'88
al '92. Prima Mariateresa Di Lascia aveva completato 'La coda della lucertola',
romanzo che però non volle pubblicare. Dopo, con il racconto 'Compleanno'
vinse il "Premio millelire" e l'anno scorso aveva cominciato a
lavorare al romanzo "Le relazioni sentimentali", rimasto incompiuto.
"Nel '90 mandò 'Passaggio in ombra' all'Adelphi - aggiunge D'Elia
- Ena Marchi ne diede un giudizio ampiamente positivo mentre Pontiggia espresse
qualche perplessità sulla struttura narrativa. Quindi niente. La
Feltrinelli, invece, lo ha pubblicato in pratica come Mariateresa l'aveva
scritto".
E 'Passaggio in ombra' ora è lì, a testimoniare di una narratrice
già apparentata con Elsa Morante, Anna Maria Ortese, Marguerite Yourcenar.
"Dal libro ho conosciuto una parte nascosta di Mariateresa" è
il giudizio tutto umano di Emma Bonino. "Ne leggo le pagine e sento
Mariateresa ancora con me, la sua visionarietà, la sua poesia",
dice Sergio D'Elia. Il primo libro che Mariateresa gli regalò fu
'Il piccolo principe' di Antoine Saint-Exupéry, il libro che precisava
un po' il suo punto di vista sul mondo, dalla parte dei bambini che lei
amava e soprattutto rispettava.
"Ecco, Mariateresa intendeva la politica così, alla maniera
del Piccolo principe, innocente, mai compromissoria, rigorosa. Questa era
Mariateresa; questa è".
Nel giugno 1995 il libro "Passaggio in ombra" di Mariateresa Di
Lascia riceverà il Premio Strega, il massimo riconoscimento letterario
italiano.